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Oficina Bo Bardi

Silvia Davoli, Andrea Balossi Restelli, Francisca Parrino

Italia, 2006

26'
Sinossi

L'architetto Lina Bo Bardi (1914-1992) arrivò a Salvador de Bahia nel 1958 in un momento di grande effervescenza culturale e creativa che si sarebbe concluso con la dittatura del 1964.
Il suo passaggio come architetto e direttrice del Museo di Arte Moderna di Bahia lasciò un segno indelebile. Affascinata dalla cultura popolare del Nordest concepì, insieme allo scultore Mario Cravo, il progetto CETA, Centro de Estudo do Trabalho Artesanal, il cui obiettivo era la creazione di un vero e proprio design industriale brasiliano che traesse origine dalle forme dell'artigianato locale. Lina organizzò una raccolta scientifica del materiale artigianale della regione bahiana e sognò di creare dei laboratori, le Oficinas do Unhão, in cui artigiani e giovani designer potessero incontrarsi e collaborare. Il progetto non si realizzò mai, ma “Lina aveva ormai gettato un seme”.

Colore
colore
Lingua originale
portoghese, italiano
Sottotitoli
inglese, italiano, francese, portoghese - Attenzione!! Sul nostro store potete noleggiare o acquistare la versione con sottotitoli in italiano. Per sottotitoli in inglese e in francese noleggia o acquista su Vimeo on Demand

00:00 

Mi sono naturalizzata brasiliana. Quando si nasce non si sceglie niente, si nasce per caso. Non sono nata qui ho scelto questo posto per viverci. 

(Mario Cravo)

01:45

Mario Cravo, scultore

Lina incontrò qui una citta stratificata, sedimentata nel modo di vivere del secolo diciassettesimo diciottesimo. Con caratteristiche medioevali, isolata completamente.

L’unico contatto che Bahia aveva con l’esterno era attraverso gli idrovolanti che atterravano sulla penisola di Itapagipi se il mare era calmo. Allora non esistevano né strade né ferrovie che mettessero in contatto il nord del Brasile con il sud. Questa in cui viviamo è una selva fantastica e folle.

Per voi in Europa la natura è una meraviglia, è tutto ordinato. I cipressi sono piantati ordinati lungo le strade. Qui nei tropici se rimani fermo la natura ti divora, ti distrugge, ti mangia come fosse un animale. La terra di Adamo, primitiva, è terribile per sopravvivere. Perché qui noi facciamo ancora oggi sacrifici di animali agli dei.  Sapete voi da quanto tempo in europa si è persa questa abitudine? Se andate ad un candomblè non è strano vedere persone che fanno sacrifici di animali: una capra, tre teste di gallina. Barbaro, primitivo, ma è naturale perché noi veniamo anche dall’Africa. Noi siamo esattamente questa complessità

(Graziella Bo Valentinetti)

05:10

Graziella Bo Valentinetti, sorella di Lina

Mi ricordo le prime lettere che lei scriveva: «un paese impensabile, irreale dove c’è tutto da fare». Lei che aveva avuto sempre fin da bambina passione per questi paesi tropicali, per le cose misteriose. Ha trovato una cosa meravigliosa, una terra dove c’era tutto da fare lei scriveva: «ci sono le pietre preziose per la strada».

“Nel periodo dal ’58 a poco più del ’60 Bahia ha vissuto lo splendore di un crogiolo di iniziative che ha rappresentato una speranza molto grande per tutto il paese: la Scuola di Teatro, la Scuola Superiore di Musica e il Museu de Arte Moderna”.

L’hanno invitata dall’Università di Bahia a dare dei corsi e lei è andata a Bahia, non la conosceva è andata là e si è entusiasmata, è logico.

(Calasans Neto)

05:35 

Calasans Neto, pittore e incisore 

Quando si formò la mia generazione a Bahia sorse un movimento di rinascimento grazie ad un rettore, il dottor Edgar Santos, che era uno scienziato a cui interessava anche l’arte. Egli  portò a Bahia le migliori  cose che esistevano in teatro e in musica nel mondo. Ma più importante di tutto questo, per così dire la forza centrale di tutto, fu l’arrivo di Lina Bardi a Bahia.

(Mario Cravo) 

06:12

Lina fu scelta per fare un Museo di Arte Moderna a Bahia. Lina fu chiamata per installare e dirigere  un museo di Arte Moderna che non esisteva, fu creato da lei. Qui Lina portò pezzi rarissimi: originali di Van Gogh, Gauguin, Degas…a Bahia, nella nostra città non li avevamo mai visti così da vicino.

(Sante Scaldaferri)

06:44 

Sante Scaldaferri, pittore

Fu Lina che fece la prima esposizione di arte astratta e qui a Bahia nessuno sapeva cosa fosse l’arte astratta. Nel Museo dell’Unhao continuò a fare queste esposizioni, ma il suo interesse era già rivolto all’arte popolare.

(Calasans Neto)

07:05

Lei portò a Bahia l’amore, il rispetto per le cose che provenivano dal popolo, per l’arte popolare che era rinnegata come fosse una cosa di seconda classe.

“Scavare profondamente in una civiltà, la più semplice, la più povera, arrivare fino alle sue radici popolari è capire la storia di un paese.”

(Calasans Neto)

07:31

Lei valorizzò ciò che l’arte popolare produceva, come l’artigianato ela moda. Tutto faceva parte di un calderone da cui emergeva la cosa più importante che è l’anima del popolo. È il popolo che detta.

“Importante nella mia vita è stato il viaggio nel Nordest e il lavoro che ho svolto in tutto il Poligono della Siccità. Lì ho visto la libertà.”

(Calasans Neto)

09:00

La cultura del Reconcavo che si sviluppò nel Nordest fu creata con l’influenza degli indios, degli europei colonizzatori e degli schiavi che venivano dall’Africa. Il Reconcavo è una civiltà. Tutte le civiltà nascono vicino a grandi fiumi qui no, era una baia che raccolse tutte tradizioni popolari. Era la Bahia de Todos os Santos.

 (Mario Cravo) 

09:20

A noi piaceva viaggiare per osservare le abitudini della popolazione e raccogliere materiale che noi collezionavamo. Qui potete vedere Mario Cravo in mezzo a centinaia di ex voto che collezionai insieme alle polene delle navi del Rio Sao Francisco.

La nostra generazione è stata un gruppo pioniere di artisti moderni che, tra gli anni ‘40 e ’50, fece ricerca in questa regione immensa. Viaggiavamo con una jeep ma non esistevano le strade. Era un’avventura.

(Sante Scaldaferri)

10:02

Viaggiammo nell’Interior dove era forte il misticismo e dove c’erano ex voto che noi raccoglievamo insieme a Lina. A bordo di una jeep andavamo in cerca di materiale. Raccoglievamo anche giocattoli perché per noi era molto importante l’aspetto ludico. 

Tutti questi oggetti Lina li riunì poi nel Museo di Arte Popolare.

“Il Museu de Arte Popular dell’Unhao non è stato pensato come Museo del Folklore. Avrebbe dovuto essere il Museu de “Arte” come Artes “, cioè il “fare, i fatti, gli avvenimenti della quotidianità”.

(Maria Muniz)

10:43

Maria Muniz, attrice 

Questo è un progetto spettacolare, meraviglioso di Lina. Anch’io ho collaborato con lei nell’allestimento del Museo di Arte popolare. Credo che Lina avesse una grande sensibilità per l’arte popolare e la nostra arte popolare è ricchissima. Andammo due volte nel Reconcavo, a Nazares das Farinas. Partecipammo alla fiera di Cachichi che all’epoca era molto interessante. Lì trovavamo quello di cui avevamo bisogno. Lina rimase affascinata da tutto questo. Io e lei facemmo due o tre viaggi nel Reconcavo per raccogliere materiale.

 (Mario Cravo) 

11:43

Lina fece un’esposizione a San Paolo, Ibirapuera, meravigliosa, ricca di documentazione.

Lina raccoglieva materiale popolare che non costava nulla, come un pezzo di stoffa, e lo trasformava in un oggetto di arte concreta.

(Lisa Ponti)

11:54

Lisa Ponti, artista e sorella di Gio Ponti

Una cosa che mi ricordo, chissà come attraverso gli anni, forse l’ho sentita da lei, è di un suo allestimento di una mostra in cui c’era il pavimento coperto di foglie. Quest’idea mi ha colpito moltissimo e forse non poteva un personaggio altro che Lina avere un’idea così fresca, donna, coraggiosa. Ecco metteva insieme le due cose, allora poi era anche più difficile progettare e farsi strada per cui il suo piglio un po’ fantasioso sulla realtà faceva parte di questa forma di battaglia che in fondo lei ha fatto.

(Mario Cravo) 

12:38

Lina usava materiale che mai era stato considerato oggetto estetico ed esponendolo lo trasformava in un oggetto di categoria estetica.

“Fuori dalle categorie non si avrà più paura di riconoscere il valore estetico in un oggetto fabbricato con un a latta di cherosene.”

(Graziella Bo Valentinetti)

13:02

Graziella Bo Valentinetti 

Avrebbero potuto adoperare una latta vuota per prendere il caffè o per bere. Loro no, la guarnivano, la facevano diventare un oggetto, con una sua fisionomia speciale. Una latta di olio vuota diventa una caffettiera e ha il manichetto, il coperchio. Una lampadina bruciata diventa una lampada a petrolio. 

(Mario Cravo) 

13:28 

Che io sappia nessuno qui a Bahia o nel nord aveva avuto questa idea: cucire quadrati di stoffa uno con l’altro per fare un oggetto di arte concreta. Se poi lo si monta su una tela e si attacca alla parete sembra un Mondrian. È ovvio. Quindi ciò che Lina aveva di straordinario era la percezione della capacità inventiva della cultura popolare, che non era folklore.

“Quando la produzione popolare si pietrifica in Folklore, le vere e vitali radici culturali di un paese seccano.”

(Mario Cravo) 

14:10 

Utilizzando materiali poveri Lina segnò fortemente questa città.

L’architettura di Lina ne è un esempio. La “Casa de Vidro” di San Paolo, che sembra molto strana, è il progetto di una Lina ancora sotto l’influenza della Bauhaus, di Gropius. E invece cosa fece Lina quando arrivò qui? Oggetti di arte povera, pareti di cemento con buchi nel mezzo. Dunque l’architettura di Lina nell’arco di questi venti trent’anni mutò.

“Attraverso un’esperienza popolare, sono arrivata a quella che poteri chiamare architettura povera.”

(Mario Cravo) 

14:56

Questa è la Lina che fece bene a noi, a mio modo di vedere, chi improvvisa, chi ricrea con poche risorse. A mio parere l’eccellenza dell’intelligenza umana risiede esattamente in questo, nella capacità di fare qualcosa di nuovo con materiale deficente, usato e improprio.

“Materia prima la spazzatura. Lampade bruciate, ritagli di stoffa, latte lubrificanti, vecchie cassette e giornali. È la presenza dell’utile e necessario a costituire il valore di questa produzione la sua poetica delle cose umane non gratuite, non create dalla pura fantasia. Forme piene di elettricità vitale.”

(Fernando Campana)

15:34

Fernando Campana, designer

In Brasile per la mancanza di risorse tecnologiche, la gente inventa situazioni e crea soluzioni. Io ho il mio studio nel quartiere di Santa Cecilia a San Paolo e vedo che tutte le volte che butto qualcosa, come ad esempio un contenitore dell’acqua, non resta lì perché qualcuno arriva, se lo porta a casa e lo trasforma in qualcosa d’altro.

“Prima di affrontare il problema dell’industrial design in sé bisogna inquadrarlo nella struttuara del luogo, del paese.”

(Fernando Campana)

16:11

Osservando le cassette della frutta al mercato di San Paolo pensai: «perché non fare una sedia che esprima la situazione brasiliana, di questa parte della popolazione brasiliana che si costruisce la casa lavorando sullo spazio intuitivamente, spontaneamente».

 (Mario Cravo) 

16:34

L’idea, il concetto centrale del progetto che Lina propose, CETA, Centro de Estudo e Trabalho Artesanal, era la creazione di un design, ossia di una forma di espressione moderna brasiliana. 

Quindi l’idea di Lina era di portare i maestri artigiani che lavorassero ceramica, tessuto, ferro e paglia per lavorare qui nel Solar do Unhao cosicchè le tecniche del lavoro artigianale potessero essere documentate e trasportate nella formazione universitaria. Così da creare la possibilità di far emergere un design nordestino o brasiliano. 

Il Museu de Arte Popular e le Oficinas do Unhao, si proponevano il passaggio dal preartigianato primitivo all’industrial design.”

(Cravo Neto)

17:38

Cravo Neto, fotografo 

Io non posso fare una vera e propria critica al progetto CETA, ma quello che posso dire è che nel momento in cui una tradizione è dislocata, una tradizione che nasce da una necessità religiosa e di sussistenza fisica e psichica, non può essere trasportata in un altro luogo. 

(Mario Cravo) 

19:00

Portare qui i maestri artigiani dall’Interior per insegnare alle persone che vivono in città come produrre questi oggetti. Ripensandoci oggi, questo non si poteva fare, era come creare un Frankestein.

(Cravo Neto)

19:18

Questa gente aveva bisogno di quegli oggetti per sopravvivere, per provvedere alla propria vita per poter dar senso alla loro vita. È un sistema poetico per cui non si può dislocare un’attività da un posto all’altro perché nel momento in cui si disloca si crea un’altra realtà che non ha più niente a che fare con quella originaria. Quindi, a mio parere, era un progetto assurdo.

(Mario Cravo) 

19:50

Lina portò qui un processo di know how europeo basato su una tradizione secolare nella quale il design trova il suo fondamento, nella conoscenza di tecniche sofisticate. Noi non conosciamo queste tecniche sofisticate quindi il progetto consisteva nel forzare questo processo e passare direttamente da una tecnica arcaica, antica e elementare ad una lavorazione sofisticata. Da qui le difficoltà e anche se Lina fosse riuscita a realizzare il progetto, dubito che sarebbe riuscita a portarlo a compimento. Aveva un suo progetto ideale ma le condizioni non erano propizie, anche se altri fattori non avessero interferito nella realizzazione di questo progetto.

“La VI Regione Militare, poco dopo l’aprile 1964, occupava il Museu de Arte Moderna de Bahia. Davanti al museo i cannoni. “ 

(Maria Muniz)

20:56 

Questa è una macchia nera nella nostra storia culturale. Lina Bardi fu praticamente bandita da Bahia a causa di persone che la denunciarono per motivi assolutamente incomprensibili.

Quindi il 1964 fu da ogni punto di vista, non solo per Bahia ma per tutto il Brasile, un buco nero nella nostra storia e nella nostra cultura.

(Calasans Neto)

21:39

Poi arrivò la rivoluzione che confuse ogni cosa e tutto si perse, ma lei piantò una cosa importante: un seme.

(Fernando Campana) 

22:15

Esistono molti creativi che basandosi sul lavoro di Lina hanno imparato a essere orgogliosi del Brasile senza rinnegarlo, senza desiderare di essere tedesco italiano, giapponese, essere semplicemente brasiliano. 

Sono nata a Roma. 

Mi sono laureata alla facoltà di Architettura

Roma era una città ferma, là c’era il fascismo. 

Tutta l’Italia era abbastanza ferma. Ma Milano no.

(Maria Muniz)

22:55

Era una persona entusiasta, aveva un’energia italiana. 

A Milano, per far pratica, sono entrata nello studio del celebre architetto Gio Ponti.

L’inizio della guerra pose altri problemi: non si poteva più costruire.

Dal ’41 al ’43 ebbi un’intensa attività giornalistica.

(Calasans Neto)

23:24

Lavorava, lavorava come una matta tutto il giorno. 

(Maria Muniz)

23:36

Lavorare con Lina era davvero un piacere immenso.

1946 Matrimonio con Pietro Maria Bardi

In quell’anno, viaggio in America del Sud

(Sante Scaldaferri)

23:51

L’arte a Bahia, l’arte moderna deve molto a Lina Bardi.

1947 Chateaubriand invitò Pietro a fondare e dirigere un mueso di arte 

Nel progetto del Museu de Arte de São Paolo ho cercato un’architettura semplice.

(Fernando Campana) 

24:11

Negli anni ’70 andavo spesso al Masp. Mi ricordo che entravo in quella sala piena di dipinti fluttuanti nell’aria. Erano sospesi nel vetro. Una cosa che non si era mai vista da nessuna parte. Era qualcosa di magico.

Ho approfittato al massimo dell’esperienza di cinque anni passati nel nordest, della lezione dell’esperienza popolare, non come romanticismo folkloristico ma come esperienza di semplificazione.

(Fernando Campana) 

24:30

È un peccato che oggi il Masp sia completamente snaturato. È un peccato che il Brasile non sia capace di conservare la propria memoria.

(Maria Muniz)

25:00

Ancora oggi mi sorprende vedere come qui non sappiamo conservare. Non so perché Bahia abbia questo problema con la memoria. 

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